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Violenza psicologica nella coppia, ce ne parla il neuropsichiatra Francesco Fioroni

L'Intervista

Emergono dalla cronaca quotidiana comportamenti violenti da parte di un partner sull'altro, ed è entrato nell'uso comune che sono stati preceduti da violenze psicologiche  e maltrattamenti. Abbiamo chiesto al neuropsichiatra Francesco Fioroni di cosa si tratta precisamente.

Cosa si intende per violenza psicologica ?

In psichiatria per violenza psicologica si intende quell'insieme di insulti, minacce verbali, intimidazioni, denigrazioni, svalutazioni, che il soggetto esprime nei confronti del proprio partner, nell’ambito di una relazione di coppia conflittuale.

Cosa può rendere violento un individuo  tanto da maltrattare e perseguitare  l' altro partner che era considerato un oggetto d'amore?

Fatta eccezione per le differenze oggettive dei comportamenti violenti e misurabili con scale di valutazione, l’inferiorità tra adulti corrisponde ad una percezione distorta dell’Io e della propria immagine corporea. Oltre a ciò possiamo aggiungere che esiste una particolare situazione che rende la donna, ancora ai nostri giorni, più fragile e dipendente dall’uomo: la gravidanza. Del resto, è comprensivo se si pensa che per molte migliaia di anni, nella storia evolutiva della nostra specie, non avere un marito/padre accudente ha rappresentato un reale pericolo di morte per la prole e per la madre impegnata psicobiologicamente nel delicato compito riproduttivo.

Quali differenze di genere vengono evidenziate nel rapporto uomo-donna?

Nella casistica femminile si registra frequentemente che i partner diventano violenti proprio in concomitanza con la prima gravidanza delle mogli. Si potrebbe dire che “approfittano della loro inferiorità”. In realtà la gravidanza delle mogli, in certi uomini, riattiva un’antica frustrazione: un vissuto di rifiuto esclusione e perdita degli oggetti primari infantili. L’incapacità di spostare l’interesse su altre mete o di sublimarlo in attività sostitutive, determina molte volte gli agiti violenti.

Pertanto si tratta come di una regressione a comportamenti infantili e in questo caso violenti?

Il passaggio all’atto o tecnicamente chiamato acting-out, presuppone che il soggetto non abbia un controllo attivo sulle proprie pulsioni. Pertanto si tratta di un soggetto che utilizza l’altro a fini meramente strumentali, per scaricare una tensione, utilizzando modalità arcaiche di risoluzione dei problemi.

Quali sono le carenze psicologiche di tali comportamenti?

La capacità di entrare in relazione con l’altro presuppone il riconoscimento e l’accettazione degli interessi personali dell’altra persona. Questa è la vera reciprocità. Per colui che effettua il maltrattamento, al contrario il partner è privo d’individualità, è un oggetto complementare a se stesso che deve essere posseduto per mantenere l’illusione dell’onnipotenza narcisistica.

Possono esserci delle complicità da parte del partner che subisce il maltrattamento?

Il partner maltrattante e quello maltrattato sono caratterizzati da una complementarietà psichica riassumibile nel binomio sadismo/masochismo. Colui che agisce l’aggressività è portatore di una struttura narcisistica con scarse capacità di sublimazione e spostamento delle pulsioni sessuo/aggressive e quindi con scarse capacità di instaurare relazioni oggettuali. Invece colui che la subisce è pervaso da un profondo senso di colpa inconscio e da un vissuto di inadeguatezza che lo spinge a collezionare umiliazioni e sofferenze a prezzo di un'angoscia intollerabile, in un escalation di tensione e violenza che può portare, in casi estremi, anche ad esiti letali.

La cronaca nera spesso descrive che alcuni partner maltrattati dopo essersi separati tornano insieme e si rimettono in una situazione traumatica e dolorosa anche se assurda e umiliante, come è possibile tale comportamento?

In questi casi si tratta di una coazione a ripetere situazioni traumatiche senza rendersi conto della propria partecipazione alla ricostruzione della situazione originaria, né la relazione tra la situazione presente e la passata esperienza infantile caratterizzata anch'essa da violenze ed umiliazioni. Ci si condanna a reiterare lo stesso copione nell’illusione di poter cambiare quella battuta che ha fatto soffrire così tanto come spesso accade nel rapporto tra padre e figlia. Ecco che si tende a rimettersi in situazioni che hanno qualcosa di simile, da un punto di vista rappresentazionale e/o affettivo, con la situazione originaria. L’altro scopo inconscio di questo meccanismo è quello di passare da una posizione passiva, di chi subisce l’evento, ad una posizione attiva di chi lo comanda.

E tutto questo con quali risultati?

Purtroppo quel risultato di gestire il rapporto non si ottiene mai e le persone continuano a ripetersi, a fare delle cose contro la propria volontà cosciente, vivendo dei sensi di frustrazione e umiliazione continui in  una escalation di violenza.

Questo comporta anche abusi sessuali?

 E’ chiaro che i traumi possono essere di varia natura e di diversa entità e, a seconda delle variabili  soggettive possono provocare risposte di tipo diverso in particolare dove ai maltrattamenti si aggiunge la violenza sessuale.

Quali tipo di interventi possono essere proposti nella prevenzione della violenza e dei maltrattamenti sulla donna?

Dal  momento che stiamo parlando di persone adulte che subiscono comportamenti coercitivi e/o umilianti da parte di un pari, dobbiamo necessariamente riflettere sugli aspetti soggettivi che riguardano la situazione della donna, nonché sulle dinamiche relazionali con il partner. Ritengo importante iniziare a coinvolgere   il medico di famiglia, lo stesso ha l'autorità necessaria  per far iniziare un percorso di cura e di intervento psicosociale a queste coppie che è riduttivo considerarle meramente conflittuali.

 
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