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Come uscire dalla dipendenza di droga: Don Eugenio del Centro di solidarietà Don Guerrino Rota

L'Intervista

Il fenomeno della droga e la sua diffusione riguarda anche l'Umbria. Una volta che si entra nel tunnel è poi difficile uscirne con le proprie forze. Parallelamente però all'estensione del fenomeno, esistono delle realtà in Umbria che aiutano i tossicodipendenti a liberarsi dalla dipendenza dalle droghe.
Il nostro viaggio comincia a Spoleto, nel Centro di solidarietà Don Guerrino Rota. Il presidente è Don Eugenio Bartoli, 65 anni, che è anche il cappellano del Carcere e parroco in alcune parrocchie della Diocesi. Dunque una vita impiegata ad aiutare le persone considerate ai margini della società, che la sua attività però si propone di reinserire. Il Centro di Spoleto fa riferimento al Cesvol di Perugia ed è sul campo da 36 anni. Il fondatore fu Don Guerrino Rota nel 1989 e alla sua scomparsa, Don Eugenio ne ha preso le redini. Attualmente ospita 160 persone. Quale è l'età media dei suoi ospiti e che tipo di dipendenza hanno?
In maggioranza sono uomini e sono tossicodipendenti. Nelle nostre strutture ci sono solo una ventina di ragazze. Sono giovani, l'età media va dai 22 ai 50 anni. Da noi arrivano anche persone che hanno dipendenza da alcol e in quel caso l'eta media aumenta ed e di 45-50 anni.
Come è organizzato il Centro e che tipo di accoglienza date ai ragazzi?
Abbiamo sei case-struttura e in ogni una di queste si svolge una fase del percorso di accoglienza: dalla comunità terapeutica, a quella per il reinserimento, a una sede di disintossicazione e diagnosi, a una sede di doppia diagnosi, cioè per le persone che hanno anche problemi di comorbilità psichiatrica. Per ogni servizio abbiamo personale esperto che vi lavora. Psicologi, psichiatri, assistenti sociali, pedagoghi e anche personale che ha concluso il percorso in comunità e si è fermato a lavorare con noi.
Come avviene la fase di disintossicazione, come riuscite ad aiutare i ragazzi ad uscire dal tunnel della dipendenza?
Il percorso dura mediamente tre anni, nel corso dei quali i ragazzi sotto metadone, vengono abituati a prenderne sempre meno, a scalare fino a zero.  Ma la disintossicazione fisica non è l'unica strada e non risolve il problema. È importante avviare un percorso di recupero psichico ed umano. Chi vuole può parallelamente avvicinarsi e farsi aiutare dalla fede.
Don Eugenio, come si comincia a drogare? È vero che la dipendenza comincia dalle sostanze leggere e che il tessuto sociale, la situazione familiare possono essere fattori determinanti?
La sostanza che maggiormente viene utilizzata è l'eroina, segue poi la cocaina. Quelle che lei ha detto non sono leggende, ma non sono l'unica ragione. Ci si droga per noia, per disagio, per degrado, per tanti altri motivi. La droga non appartiene ad un cento sociale piuttosto che ad un altro. Si può essere in difficoltà economiche o essere benestanti. Da questo punto di vista non ci sono distinzioni, dipende bensì dalla fragilità delle persone, dalla loro sensibilità e dal vissuto.
Quanti ragazzi riescono a concludere il percorso della comunità?
Non tutti riescono a portarlo a termine. Alcuni se ne vanno e poi tornano quando si rendono conto che non ce la fanno più. L'ex tossico una volta fuori dal Centro, deve ricordarsi sempre di chi era. Deve sapere che la droga è sempre in agguato. Deve fare tesoro di tutti gli insegnamenti e valori che ha appreso nel percorso di riabilitativo. È anche possibile che ricada nel vortice, ogni uno ha i propri percorsi di crescita.
Come si sostiene il suo Centro?
Noi viviamo solo con i contributi che ci arrivano dalle Asl di appartenenza dei ragazzi che ospitiamo. Con la crisi, il taglio dei fondi statali agli Enti, diventa per noi sempre più difficile andare avanti, perché le Aziende pagano in ritardo e fatichiamo anche a pagare gli stipendi alle 45 persone che lavorano qui. 

 
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