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Hikikomori, l'autoreclusione degli adolescenti

L'Intervista

Si tratta di ragazzi che si isolano dal mondo che si autorecludono tra le pareti della loro stanza, circondati da videogiochi, computer e fumetti. Tra i comportamenti adolescenziali che creano disagio psichico nel contesto familiare si è inserito questa forma di Autoreclusione che sta diventando negli ultimi anni oggetto di studio e di ricerca, ne parliamo con il neuropsichiatra Francesco Fioroni.

L'adolescenza è una delle migliori fasi della vita o al contrario una dolorosa criticità esistenziale?

"L'adolescenza è una fase della vita umana, un passaggio, un ponte che tutti attraversano come le montagne russe, dove criticità ed opportunità si confondono e costituiscono un imprinting della vita affettiva, sessuale e sociale dell'individuo futuro".

In pratica si sa da dove si è partiti, senza sapere dove si arriverà?

"L'adolescente sente il bisogno di liberare la propria personalità dalle convenzioni dettate dalla famiglia, dalla scuola, in senso allargato il senso di ribellione lo può portare ad entrare in conflitto con il proprio ruolo nella società e favorire esperienze legate alla marginalità: un maggiore rischio di tentati suicidi, fughe, disturbi del comportamento alimentare, comportamenti autolesivi e  consumo di sostanze stupefacenti".

Si tratta di un epoca di passioni tristi?

"Il disagio dell'adolescente è espressione di uno stress di adattamento alla nostra società moderna. Quando le difficoltà adattive diventano critiche  si tende a trasformare un processo di adattamento in un disturbo mentale, ed è estremamente frequente superare una soglia critica di difficoltà quando all'adolescente  gli si chiede efficienza e perfette performance a tutti i costi nella vita quotidiana".

E nel caso dell' Autoreclusione?

"La pratica Hikikomori e di autoreclusione non sono indice di follia, ma una forma particolare di lotta contro il male di vivere che segnala l'inadeguatezza della propria esistenza nel mondo. Se in alcuni adolescenti il bisogno di “essere visto” diventa una condizione indispensabile per poter essere, nel hikikomori avviene il contrario: il giovane tende a “sparire”, ma proprio per questo il suo silenzio viene notato".

Si tratta di una nuova forma di esistenza mancata o di fobia sociale?

"Il giovane nell'intimità della propria stanza, a sua volta protetta dal mondo dal resto dell'abitazione, cerca di dare un senso e un valore all'esistenza propria ed altrui attraverso l'esercizio di un rito purtroppo soffocante per se stesso e per i suoi familiari, ma a lui necessario ed inevitabile. Autoescludendosi dal mondo il giovane rimodella la propria identità, senza dover necessariamente confrontarsi con il resto del mondo".

Si tratta di una eventuale richiesta d'aiuto?

"È un'evidente richiesta d'aiuto e impone ai terapeuti il dover decifrare al più presto  una modalità esistenziale che rischia di diventare fallimentare. Spesso i giovani che hanno difficoltà ad affrontare la propria esistenza evitano di farlo e persistono ad evitare il confronto e senza conformarsi agli altri stabiliscono una fuga dell'essere davanti a se stesso".

Quali eventuali trattamenti possono essere messi in atto?

"Nella terapia è determinante il rispetto delle difese psichiche di questi giovani. Altrettanto importante è la richiesta d'aiuto da parte della famiglia e della scuola. Questa richiesta è spesso pressante e induce gli operatori della salute mentale ad agire attivamente e ad indurre, direttamente o indirettamente, comportamenti più aderenti alle regole sociali. Il lavoro con le famiglie, rappresenta quindi, il primo passo per un corretto approccio terapeutico ed evitare inutili forzature nelle dinamiche psicologiche".

 
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