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Lotta all'evasione fiscale, non è la chiave di volta

L'Analisi

Francamente non mi aspettavo in questa estate infuocata l'ennesimo cedimento del premier Monti alla frusta retorica dell'evasione fiscale. Una evasione indicata come il problema principale di un Paese che, in realtà, avrebbe bisogno di ben altre iniziative per riprendere la strada dello sviluppo.  Comunque, sebbene non si possa negare l'esistenza di una vasto sommerso, mi risulta molto grossolana e semplicistica l'idea  secondo cui sconfiggendo radicalmente la nostra propensione ad evadere si risolverebbero molti problemi, tra cui appunto quelli legati alla crescita.  In realtà le cose non stanno affatto in questi termini, anche se a molti sinistri demagoghi della nostra italietta continua a far comodo usare il capro espiatorio dell'evasione per avvalorare la nefasta propensione del sistema ad espandere senza freni la spesa pubblica e la conseguente pressione fiscale.

 Chiarisco ora il punto.  A mio avviso la questione dell'evasione va inquadrata essenzialmente su un piano morale, nel senso di una equa distribuzione del carico tributario in termini ampi. Va tuttavia evitato, se vogliamo comprendere a fondo il tema, di trattarlo come se fosse un aspetto risolutivo sul fronte del bilancio pubblico e su quello economico generale. Ciò per un semplice motivo, il quale si può così sinteticamente esprimere: nell'attuale condizione, se  si riuscisse paradossalmente quasi ad annullare ogni forma di infedeltà fiscale, lo Stato ne ricaverebbe un danno in termini di gettito. Si potrebbe addirittura teorizzare che più l'evasione si avvicina allo zero e più le entrate pubbliche scendono, secondo una logica inversa rispetto a quella sostenuta dai fautori del partito delle tasse. Tutto questo per almeno due ragioni di fondo, strettamente connesso tra loro. Infatti, in primo luogo -a meno di non tenere i proventi dell'evasione sotto un mattone per anni ed anni- le risorse che sfuggono alla mannaia dei tributi restano per forza di cose nel ciclo economico, fungendo anche da cassa di compensazione per un sistema connotato da eccessiva fiscalità. Ora, e veniamo al secondo aspetto, la mano pubblica possiede una vasta ed intricata griglia con la quale prelevare ad ogni livello risorse dalla società, per cui ciò che su un piano sfugge, viene in qualche modo colpito su un altro. Sotto questo profilo la tanto bistrattata evasione consente ad alcuni di sopravvivere sul libero mercato, ad altri magari di migliorare molto il proprio tenore di vita, ad altri ancora di arricchirsi. Ma in tutti questi casi, pur rimanendo il citato problema morale, l'effetto per l'economia e per lo Stato è sempre benefico, almeno entro certi limiti. Per l'economia perchè le somme sfuggite all'erario e rimesse nel ciclo producono un effetto moltiplicatore; e per lo Stato in virtù del fatto che lo stesso effetto moltiplicatore consente di effettuare ai vari livelli ulteriori prelievi. 

 Se invece, come vorrebbero i paladini del "tax and spending" , il braccio fiscale e contributivo del potere pubblico riuscisse a colpire alla fonte ogni movimento economico, nell'ambito di un sistema che tende a prelevare ben oltre la metà di ogni reddito legale, l'effetto deprimente per il ciclo economico sarebbe fortissimo. La conseguenza del gettito tributario all'argato ancor più negativa. 

 
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