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Vendere lo Stato per salvare lo Stato? Tagliare la spesa pubblica è l'unica strada per la salvezza

L'Analisi

Mentre si preannuncia un'altra estate infuocata sul fronte dei mercati finanziari, anche nel governo si sta pensando di aggredire il nostro colossale debito pubblico, attraverso la vendita e/o la dismissione di buona parte del patrimonio dello Stato. Ora, al di là  della difficoltà quasi insormontabile, in tempi di crisi, di trovare i capitali necessari per una così vasta e complessa operazione di rientro, siamo certi che il debito sovrano sia la causa principale della preoccupante perdita di fiducia sugli stessi mercati finanziari? In merito nutro più di un dubbio. 

In realtà, sebbene oramai l'indebitamento complessivo dello Stato stia raggiungendo rapidamente la colossale soglia dei 2.000 miliardi di euro, ossia il 125% del Pil, i motivi che hanno fatto aumentare nella percezione degli investitori il rischio solvibilità, con la conseguente crescita dello spread, sono legati essenzialmente a due fattori: le scarse prospettive di crescita economica e la grande incertezza sul piano politico. 

Ciò significa, in parole semplici, che se il Paese desse chiari segnali di una ripresa dell'attività produttiva, eventualmente stimolata da un rinnovato quadro politico che andasse decisamente nella direzione di una riduzione della pressione fiscale, gli effetti sui nostri tassi risulterebbero assai più significativi rispetto al tentativo di ridurre l'indebitamento semplicemente alienando una certa quota dell'immenso patrimonio pubblico. D'altro canto, una famiglia indebitata fino al collo non può certamente risollevare la sua condizione se, al fine di alleggerire la sua esposizione, accendesse una ipoteca sulla casa in cui vive, continuando però a spendere molto più di quello che guadagna. Se, al contrario, invertisse la tendenza, acquisendo ogni anno un surplus strutturale di bilancio, una eventuale banca avrebbe molte meno difficoltà a rifinanziare la medesima famiglia, valutando le sue buone prospettive nel medio e nel lungo periodo. Prospettive che invece, allo Stato attuale, sono piuttosto negative per l'Italia, con un sistema pubblico che spende il 55% della ricchezza nazionale, una economia in grave recessione e un pareggio di bilancio lungi dall'essere raggiunto secondo le ottimistiche previsioni dei tecnici al governo. 

In sostanza, di fronte ad un quadro dominato da forti incertezze sul futuro di un sistema troppo orientato verso un fallimentare modello collettivista, servirebbe ben altro che mettere all'asta il Colosseo per convincere chi ci presta i quattrini a farlo ad interessi molto più bassi degli attuali. Da questo punto di vista, occorre ripeterlo fino alla nausea, l'unica strada percorribile è quella che conduca ad una sensibile riduzione della spesa e del perimetro pubblico, consentendo all'economia reale di riprendere a crescere secondo le sue grandi potenzialità. Il resto sono solo sterili alchimie finanziarie che non spostano di una virgola il problema di fondo.

 
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