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Contro la corruzione non serve complicare l'iter burocratico

L'Analisi

Tra le tante cose che un governo non può realizzare per decreto legge, oltre allo sviluppo ed alla crescita economica, vi è senz'altro una lotta diretta alla corruzione. Tant'è che la discussione parlamentare del decreto legislativo presentato dall'esecutivo Monti, a firma del ministro Severino, appare piuttosto surreale. Soprattutto colpisce la particolare ostinazione della sinistra - da sempre sostenitrice in tutte le sue articolazioni di un sistema pubblico che regoli rigidamente ogni aspetto della società - nel voler introdurre un dispositivo che, sulla base dell'esperienza, non sposterà di una virgola il problema colossale della italica corruzione. Quest'ultima stimata dalla Corte dei conti in un valore economico di circa 70 miliardi di euro.

Ora, sotto un profilo squisitamente liberale  la stessa corruzione, la quale ricordiamo si manifesta nell'ambito della pubblica amministrazione, investendo quindi i settori della politica e della burocrazia, sembra procedere di pari passo con l'espansione del controllo dello Stato sul piano delle risorse, a prescindere da eventuali differenze nei costumi delle singole popolazioni. E laddove la presenza dello Stato medesimo è totale, come nel caso emblematico dei defunti Paesi del socialismo reale, la corruzione sembra raggiungere vette inimmaginabili. 

E a nulla serve creare tutta una serie di complesse strutture legislative di controllo, stile matrioska. Al passo di "chi controlla i controllori", aggiungendo ulteriori norme e uffici di verifica si rischia di peggiorare ancor più la spinosa problematica, creando inconsapevolmente nuove occasioni al sistema politico-burocratico per utilizzare "impropriamente" lo spazio e le risorse a disposizione. 

Per questo motivo, così come nel succitato esempio della crescita economica, la strada maestra per ridurre in termini fisiologici le ruberie e le indebite appropriazioni passa per una drastica limitazione del perimetro pubblico, abbattendo conseguentemente le competenze della politica e della burocrazia. E' ovvio, da questo punto di vista, che se la mano pubblica gestisce complessivamente circa il 55% della ricchezza nazionale, che oramai sta raggiungendo la colossale cifra di 850 miliardi all'anno, appare quanto mai utopistico pensare di combattere per decreto una corruzione quanto mai profonda e capillare. Dato che chi spende i soldi degli altri è portato ad abusarne, spesso anche per ragioni di consenso politico, mi sembrerebbe logico contrastare questo rischio semplicemente limitando le occasioni per essere "ladri". Tutto questo, poi, si dovrebbe accompagnare ad una sostanziale semplificazione delle norme, altro formidabile carburante per sostenere al meglio la funzione repressiva. 

 
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