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C’era una volta la Malacucina

L'Analisi

Malacucina, nome che evoca cucine buie, maleodoranti, fuligginose, piene di polvere che si deposi-tava sui cibi rendendoli di un sapore aspro, impastato di chissà quali alchemici ingredienti, retaggio di un medioevo che aborriva le “mollezze” pagane e proclamava l’austerità cristiana. Ebbene no! Non si riferisce a questo, anche se… indicava uno stile di vita, vecchio come il mondo. Era il lontano 1388, un periodo molto turbolento, le città non erano sicure a causa delle peggiorate condizioni di vita che derivavano da vari fattori quali: i violenti terremoti; le tensioni sociali dovute alle lotte per il potere che coinvolgevano non solo i nobili ma anche il popolo che parteggiava ora per l’uno, ora per l’altro; la peste nera che decimò la maggior parte della popolazione. Molte persone caddero in miseria aumentando il gran numero di mendicanti, emarginati, malati e … prostitute, at-torno alle case di queste ultime proliferavano le risse, le ingiurie, i ferimenti, gli omicidi, i furti. Si rendeva perciò necessario radunare queste “signore allegre” in un unico luogo soprattutto per l’esigenza di poter esercitare un controllo fiscale, giudiziario e igienico, e di ordine pubblico, fu così che il Magistrato perugino che gestiva la “Gabella del Bordello”, scelse un vicolo che scorreva pa-rallelo tra corso Vannucci e piazza Matteotti, che iniziava dal rimbocco dei Pollaioli chiamato anche via della Chiavica (oggi via Fani) fino al rimbocco di Santa Maria del Mercato (oggi via Mazzini) al quale fu dato appunto il nome di Malacucina.

Così era tutto più facile: si riscuotevano le tasse, si controllavano i clienti e si evitavano reati, o quanto meno se questi avvenivano erano circoscritti in un ambiente ristretto e chiuso perché l’uscita da parte del vicolo dei Pollaioli era serrata. Ma, cosa più importante, si impediva alle “signorine” di buona famiglia di venire in contatto con le peccatrici e di imitarle. Ma… sarà stato proprio così? Chissà se nel segreto delle loro alcove queste virtuose peccassero di più delle “signore allegre”? 
Nei tempi andati, quando il prode cavaliere partiva per le Crociate o per altre battaglie, non sempre la moglie lo attendeva virtuosa a casa. E allora si inventò uno strumento utile e sicuro: la cintura di castità. Era un aggeggio scomodo e irritante, suvvia non lo si poteva proprio portare per tanti mesi! Narravano le malelingue che il fabbro di turno, grazie anche a denaro sonante e altri favori facesse una copia della chiave e così il gioco era fatto! Povero cavaliere, rischiava la vita per alti ideali e si ritrovava con l’elmo che non calzava più a causa di certe ramificazioni che erano cresciute in testa, così era ed è la vita! Niente cambia, come narrava il Fabretti nelle sue Cronache, “… intere compagnie di donne capita-nate da lenoni tedeschi e francesi, calano d’oltralpe ed entrano in Malacucina…” sembra di sentire cronache di oggi, con la sola differenza che oggi le “signore” non pagano le tasse. Vista la crisi che attraversiamo potrebbero rilasciare la loro brava ricevuta fiscale da portare poi in detrazione sulla denuncia dei redditi magari sotto la voce delle spese mediche. E le mogli? Beh, visto che c’è la pari-tà dei sessi…

 

 
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