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"Finis Terrae", uno sbarco tra palco e realtà che arriva dritto al cuore del pubblico

L'Analisi

Due uomini, Giuseppe detto Peppe, il romano, e Gabriele, il siciliano, completamente diversi tra di loro ma legati dal destino in una baia nella notte della Vigilia di Natale. Insieme in attesa di un carico di sigarette di contrabbando. Il mare in tempesta però sceglie strane vie e, sulla scia dei canti della terribile Medea, personaggio mitico che aleggerà nell'aria durante tutta la pièce, reca loro un momento in bilico tra sogno e realtà: un'onda che si infrange con violenza, un rumore assordante, un corpo sulla spiaggia. "Un negro" urla Peppe e tutto ha inizio. L'uomo nero si sveglia, si alza, ha paura. Piano piano arriva il contatto, il racconto, le emozioni contrastanti che passano dalla diffidenza alla curiosità, dal guardarsi circospetti alla condivisione di un'esperienza che segnerà tutti, seppur in modo diverso. Torna il filo conduttore del mito greco "La terra stessa è per noi africani Medea stessa: ci mette al mondo poi ci uccide". E il cargo di "schiavi" africani approda sulla riva accompagnato dal tintinnio delle catene tirate dal "negriero". Tra loro un'unica donna, incinta, vittima di sopprusi, violenze carnali, una grande prova per l'attrice che riesce ad arrivare al cuore della platea rendendola partecipe del dolore, del terrore, del corto respiro che stenta a diventare regolare, degli occhi sbarrati le cui palpebre non vengono quasi mai chiuse, tanto il timore di tutto ciò che si nasconde dietro l'angolo. Altro racconto: la distruzione del villaggio, il rapporto forzato, disgustoso, disperato e incestuoso con il sangue del proprio sangue. All'improvviso ritmi tribali, musica che invade il palco e la situazione si ribalta. Lo schiavista diventa "vittima" e gli schiavi prendono il "comando". Loro, portati via dalla terra natale, sono giunti sulla costa italiana, volenti o nolenti, in cerca di una nuova vita. Una vita "ordinaria", una quotidianità che spetta loro di diritto in quanto cittadini del mondo, ma che sono costretti a chiedere in punta di piedi. ("Siamo tutti cittadini del mondo - asserirà uno degli attori durante l'intervista con il cast il giorno seguente - perchè veniamo da Dio e lì tutti ritorneremo"). L'incessante e coinvolgente linguaggio musicale dei tamburi e delle arie africane apre un percorso nuovo che descrive tutta la speranza di questi giovani immigrati pronti a stringere la mano di chi vorrà tenderla. E l'iniziale e diffidente "Qui siamo in tanti, che siete venuti a fare?" di Gabriele sbiadisce davanti al fiducioso ottimismo del primo naufrago "Io credo che la gente è buona anche se ti accoglie a braccia conserte" e tutto diventa aiuto reciproco, comprensione, vicinanza, fino al culmine, la nascita del bambino: un ponte di speranza, un guardare oltre, un segno, forse divino, che insieme si può convivere, che qualcosa si può costruire. Un boato e i due si risvegliano. Dunque? Momento onirico, realtà o entrambi? La vendicativa Medea può comunque tornare a dormire perché questa volta ha perso e nessun figlio pagherà per lei.

Tutto ciò in "Finis Terrae - Lampedusa" di Gianni Clementi da un'idea di Antonio Calenda che, mercoledì 29 ottobre, ha aperto la stagione del Teatro Stabile dell'Umbria al Morlacchi di Perugia riscuotendo un grande successo di pubblico. Lo spettacolo, che sarà replicato fino al prossimo 2 novembre, è una produzione Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia e Fondazione Istituto Dramma Popolare San Miniato. Sul palco: Nicola Pistoia, Paolo Triestino e la numerosa Compagnia formata da Francesco Benedetto e Ismaila Mbaye, Ashai Lombardo Arop, Moustapha Dembélé, Oustapha Mbengue, Djibril Gningue, Ousmane Coulibaly, Inoussa Dembele, Elhadji Djibril Mbaye, Moussa Mbaye. Regia di Antonio Calenda
 
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