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Solomeo si ferma ad applaudire il Teatro all'avanguardia di Ionesco

L'Analisi

Nella meravigliosa cornice del borgo adagiato sul colle di Solomeo, più precisamente all'interno del Teatro Cucinelli, che ne domina la vallata sottostante, è andata in scena ieri, 2 febbraio, la prima opera teatrale di Eugène Ionesco, "La cantatrice calva", una produzione Teatro Metastasio Stabile della Toscana. Sul palco la Compagnia ha reso omaggio al regista Massimo Castri, scomparso nel gennaio dell'anno scorso, che, proprio quale suo ultimo lavoro, aveva scelto di intraprendere un viaggio in questa "anti-commedia" dell'autore rumeno-francese. Un testo senza senso compiuto in apparenza ma che alla fine sembra poi riflettere il tema della incomprensibilità tra le persone, soprattutto nelle coppie, tematica socialmente molto attuale (se poi mai si può dire che non lo sia stato anche in altre epoche). Sul palco i padroni di casa, i signori Smith, gli ospiti, i signori Martin, la cameriera Mary ed il pompiere. E la famosa cantatrice calva che dà il titolo alla pièce? Impossibile vederla, anche perché non presente realmente e appena menzionata in una frase casuale nel bel mezzo di un discorso. La scelta di Ionesco per il titolo è meno mirata di quanto si possa pensare: durante le prove della messa in scena originale, infatti, sembrerebbe che uno degli attori abbia menzionato, per un lapsus, la "cantatrice calva" invece della "maestra bionda". A Ionesco piacque tanto questa espressione, da renderla protagonista "irreale" del suo spettacolo. Nell'assurdo non-sense dei dialoghi, peraltro molto ben interpretati sia come "tono di voce" che come espressione "facciale" dagli attori, difficile non ritrovare qualcosa della vita quotidiana di ognuno di noi, là dove ci si rende conto che, ad un certo punto, si smette di comprendersi gli uni con gli altri. Le parole diventano mezzi per riempire il silenzio, spesso usate senza conoscerne o volerne conoscere il vero significato, spesso dette senza fare mai attenzione al modo in cui vengono usate. Nelle relazioni, dopo un po' di tempo, tutto diventa un "parlare tanto per parlare" e non per regalare a chi sta ascoltando un concetto vero e proprio, ragionato e contemplato prima di essere "buttato" là e farlo divenire un modo superficiale per partecipare al discorso. Il problema, allora come oggi, è che si è persa non tanto la capacità, quanto probabilmente la voglia, di comunicare. Ognuno vive nel suo egoismo e non riesce più ad avvicinarsi agli altri, senza badare se per "altri" si intenda persone generiche che si incontrano casualmente o presenze che della nostra vita sono parte consistente. Alla fine dello spettacolo i protagonisti si lanciano in una sorta di "gara" allo scioglilingua o al detto migliore: ne scaturirà un coro che "vocierà" dapprima confuso e poi all'unisono. I sei attori lo interpretano con tanta veemenza da attirare gli applausi entusiasti del pubblico. Chissà se questo non fosse un modo di questo autore all'avanguardia e precursore del tempo, di cercare di portare i suoi personaggi, quindi la società, verso un unico filo conduttore? Piano piano, cercando di concentrarsi su un tema comune, gli uni si guardano con gli altri ed iniziano finalmente a vedersi (forse) davvero per quello che sono, iniziando a fare un ragionamento che, nell'assurdo, è, per assurdo, sensato. Il coro finale potrebbe essere dunque una voce di speranza che collega le sei voci per far capire che superare l'incomprensibilità tra i soggetti è possibile, se si riesce a dare più importanza a chi vuole instaurare un dialogo con noi. Forse Ionesco voleva insegnarci proprio questo... 

 
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