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Hezbollah e la resistenza in Siria

L'Analisi

Il recente e sempre più massiccio coinvolgimento di Hezbollah nella crisi siriana ha prodotto due effetti: da un lato le forze di Assad hanno ripreso il controllo di importanti e strategiche località della Siria e dall’altro si è tornati a parlare con insistenza del possibile inserimento del movimento sciita all’interno della lista delle organizzazioni terroristiche. È chiaro quindi che la presenza, ribadita anche sabato dal Segretario Generale del Partito di Dio, Hassan Nasrallah, delle milizie libanesi in territorio siriano sta determinando non solo un riequilibrio a favore di Assad sul campo, ma sta rovesciando anche i rapporti di forza tra il partito milizia e Damasco. Non possono infatti sfuggire alcune riflessioni che aprono a possibili e nuove svolte del Partito di Dio.
Il movimento sciita nato nel corso della guerra civile libanese, dopo la rivoluzione iraniana e durante l’avanzata israeliana in Libano, ha subito nella sua storia due passaggi epocali. Il primo che possiamo definire come il passaggio dalla milizia alla milizia - partito, nel 1985 quando ha illustrato pubblicamente il proprio programma politico (“la lettera aperta”) e il secondo riconducibile all’inizio degli anni ’90 quando ha iniziato a partecipare alla vita politica libanese, divenendo così partito – milizia. Se consideriamo che Hezbollah ha costruito parte del suo consenso sul concetto di resistenza contro lo storico nemico israeliano, possiamo capire come, dopo la guerra del 2006, il Partito di Dio abbia elaborato un’imponente memoria della resistenza, con tanto di museo dove sono esposti i merkava israeliani.

Sull’idea di resistenza Hezbollah ha giustificato il mantenimento del suo arsenale militare, unico baluardo per la difesa dei confini libanesi. Il messaggio politico di Hezbollah è stato elaborato per la costruzione di un consenso interno, andato oltre i limiti della comunità sciita. Fin quando la primavera araba non ha interessato la Siria, il Partito di Dio ha sostenuto le folle che a poco a poco rovesciavano Mubarak e Gheddafi. Lo stesso leader Nasrallah ha più volte, nei primi mesi della rivolta siriana, tenuto un basso profilo, incitando anche Assad a compiere riforme e mettendo in guardia la popolazione siriana dal farsi strumentalizzare dagli americani e da Israele.
Ora il quadro che è emerso soprattutto negli ultimi mesi è ben diverso e, se prima le opposizioni siriane accusavano Hezbollah di combattere di nascosto in Siria, adesso lo stesso Nasrallah ha spiegato pubblicamente le ragioni di questo intervento militare. Se per un verso la presenza di alcuni gruppi islamisti in Siria ha di fatto fornito al Partito di Dio elementi per motivare tutte le perplessità sull’opposizione siriana, dall’altro va anche detto che un simile coinvolgimento ha esposto Hezbollah e lo stesso territorio libanese alle rappresaglie dei gruppi presenti in Siria. Una dimostrazione si è avuta ieri mattina, quando due razzi hanno colpito un quartiere roccaforte di Hezbollah a Beirut. La scelta di Hezbollah di andare a combattere in Siria una nuova resistenza, come peraltro lo stesso Assad ha ribattezzato questa nuova fase dello scontro, prendendo la milizia sciita come esempio, ha paralizzato l’intera politica libanese che da mesi è bloccata sulla discussione della nuova legge elettorale che dovrebbe regolamentare, ammesso che si svolgano, le prossime elezioni. È chiaro che, con la guerra alle porte, l’emergenza profughi siriani e gli scontri tra Hezbollah e i ribelli siriani, le elezioni rappresenterebbero un aspro terreno di scontro tra le due principali coalizioni che da anni si confrontano in Libano: la coalizione del 14 Marzo (composta dai sunniti di Hariri, Gemayel e Geagea) e la coalizione dell’8 marzo (composta da Amal, Hezbollah e il Partito del Generale Aoun).

Alla sempre più improbabile competizione elettorale si è poi aggiunta la richiesta avanzata da Germania, Francia e Inghilterra di inserire Hezbollah nella lista delle organizzazioni terroristiche, decisione questa sulla quale i Paesi dell’Unione Europea inizieranno a confrontarsi già questa settimana e che dovrà essere presa all’unanimità dai 27 Stati membri dell’Unione. Ed è in questo contesto che Hezbollah sta giocando la partita più difficile, forse la terza evoluzione della sua storia. Non siamo più di fronte al partito – milizia che riceve armi dalla Siria ma siamo di fronte ad un vero e proprio attore internazionale che spiega al popolo libanese le ragioni della propria partecipazione al conflitto siriano, illustrando con grande chiarezza le implicazioni geopolitiche che si determinerebbero in tutto il Medio Oriente qualora crollasse Assad. Hezbollah accusa la stampa e i media internazionali di non dare lo stesso peso al coinvolgimento delle altre milizie che combattono in Siria e mette in guardia tutto il suo popolo da un’eventuale frammentazione della Siria, che, secondo Nasrallah, aprirebbe la strada all’avanzata di Israele in Libano. Hezbollah rivendica quindi il suo ruolo e il dovere di intervenire nel conflitto siriano e respinge la rappresentazione che i media occidentali forniscono dello scontro in Siria riconducibile alla contrapposizione sunniti e sciiti. Nasrallah, come ribadito nell’intervento di sabato 25 maggio in occasione delle celebrazioni del ritiro israeliano dal Sud del Libano, non solo è certo delle vittoria di Assad ma si fa mediatore nella crisi accusando una parte dell’opposizione siriana, quella che, secondo il leader del Partito di Dio obbedirebbe al Pentagono, di non volere trovare una soluzione al conflitto in atto. È questa forse una delle novità del conflitto siriano, che, oltre a vedere coinvolti attori statali schierati pro e contro Assad, vede scontrarsi in territorio siriano diverse fazioni libanesi, spostando in parte dal Libano alla Siria le storiche conflittualità del Paese dei Cedri.

 
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