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Dal dolore alla speranza: il popolo curdo ricorda il 25° anniversario del genocidio di Halabja

L'Analisi

Si è conclusa sabato scorso la commemorazione del genocidio che nel 1988 portò alla morte di 5600 curdi per mano del regime di Saddam Hussein, nel corso della guerra tra l’Iran e l’Iraq.
La città di Halabja rappresenta il simbolo della repressione della ribellione curda nell’Iraq del nord: il 16 e il 17 marzo 1988 venne bombardata dall’aviazione con un composto chimico letale che, oltre alla vittime, tutte civili, portò alla contaminazione di acque, terra, vegetazione e fauna.
Per sopprimere il movimento per l’autonomia guidato da Mullah Mustafa Barzani il regime iniziò a distruggere interi villaggi e città, poi iniziò con gli attacchi chimici, voluti allo scopo di distruggere le popolazioni non solo nell’immediato, puntando alla contaminazione di tutto quanto potesse significare vita e futuro per la popolazione curda.
La cosiddetta campagna Anfal, Spoglie di guerra, si articolò in una serie di operazioni militari, otto in tutto, condotte in sei aree geografiche fra l’aprile ed il settembre 1988.
Il comando delle operazioni era nelle mani dell’Ufficio per il Nord (cioè il Kurdistan) del Partito Baath, che aveva la sua base nella città di Kirkuk e guidato da Ali Hassan al-Majid, il cugino di Saddam Hussein, conosciuto con il nome di “Ali il Chimico” per il suo uso di armi chimiche contro le città ed i villaggi curdi.
L’obiettivo primario dell’Anfal era quello della pulizia etnica ed inizialmente fu la Guardia Repubblicana a guidarla.  Molti curdi furono arrestati e torturati dalle forze di sicurezza irachene, dovevano essere ostaggi per obbligare i loro parenti a consegnarsi alle autorità. Ma è con l’entrata in scena di “Ali il Chimico” che l’operazione assunse le dimensioni del genocidio.
Nel 1987 furono colpite duramente le province di Sulaymaniyah e di Arbil. Nel 1988 l’attacco ad Halabja, realizzato con gas al cianuro per rappresaglia contro la popolazione curda che non aveva frapposto sufficiente resistenza al nemico iraniano. Gli agenti chimici usati furono un cocktail di iprite (dannosa per la pelle, gli occhi e le membrane dell’apparato respiratorio) e di gas asfissianti nervini denominati sarin, tabun e VX. I veleni chimici impregnarono la pelle e gli abiti della gente, ne attaccarono le vie respiratorie e gli occhi e contaminarono acqua e cibo. Molte persone caddero uccise all’istante, prime vittime dell’attacco.
Nella tre giorni appena conclusasi il Presidente della Regione del Kurdistan Masoud Barzani ha chiesto a gran voce, facendosi interprete del sentimento della popolazione curda, che la Comunità internazionale riconosca sia sotto il profilo politico che sotto l’aspetto legale i drammatici eventi del 1988 come genocidio.
All’incontro hanno partecipato anche diverse personalità di spicco sia del mondo politico che accademico provenienti da diversi Paesi, tra i quali: Iraq, Turchia, Egitto, Corea del Sud, Giappone, Francia, Gran Bretagna, Grecia Norvegia, Olanda, Stati Uniti e Italia.

 
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