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Il Pd in un vicolo cieco: Fassina, Vendola e l'intervento pubblico

L'Analisi

Anche dopo la "salita" in campo di Monti, il centro-sinistra di Bersani risulta ancora il favorito alle prossime elezioni politiche. E sebbene anch'egli tema l'effetto calamita esercitato dal bocconiano nei confronti delle componenti più moderate del suo schieramento, è indubbio che la presenza del partito montiano contribuirà ad indebolire ulteriormente i suoi avversari storici del Pdl. Avversari storici che, ahinoi, si affidano ancora una volta ai colpi di teatro di un signore di 76 anni.  Tuttavia, ascoltando le recenti dichiarazioni di Fassina e Vendola -suoi ferrei alleati interni ed esterni al Pd-, si ha l'impressione che quanto a governabilità il segretario dei democratici si sia letteralmente cacciato in un vicolo cieco. Ciò soprattutto in relazione agli stringenti vincoli di bilancio che l'Italia dovrebbe rispettare nell'ambito della sua permanenza in Europa.
Ora, se consideriamo il delirio una rappresentazione della realtà totalmente sganciata da tangibili elementi di fatto, dobbiamo rilevare che il leader del Partito democratico, sovvertendo la strategia maggioritaria e riformista del suo predecessore Veltroni, si è scientemente legato a personaggi, come quelli succitati, che raccontano una storia totalmente immaginaria, invocando di conseguenza misure politiche altrettanto surreali. In sostanza, così come ampiamente riportato dai media nazionali, Fassina e Vendola hanno continuato a ripetere in questi giorni un mantra assolutamente privo di qualsiasi collegamento con ciò che è veramente accaduto nel Paese negli ultimi 30 o 40 anni. A loro parere, onde rigettare ogni pur moderata linea liberale, l'esperienza avrebbe ampiamente dimostrato il fallimento del cosiddetto neo-liberismo -secondo una definizione tanto cara alla sinistra radicale-, determinando l'attuale, drammatica crisi economica e finanziaria. Pertanto, sempre secondo costoro, l'unico modo per portare fuori dai guai il popolo italiano consiste in un aumento ulteriore dell'intervento pubblico in ogni settore, utilizzando con maggior convinzione la logora leva keynesiana per rilanciare lo sviluppo e l'occupazione.
Tutto questo -e qui siamo veramente alla follia lucida- senza considerare che il sistema pubblico è arrivato a controllare, in una crescita priva di soluzione di continuità, il 55% delle risorse prodotte dal Paese. Una percentuale, quest'ultima, degna di un regime collettivista. Eppure, nonostante la presenza di un moloch politico-burocratico che tende ad allargare la sua sinistra presenza in ogni ambito della società spontanea,  Fassina e Vendola -esponenti di una cultura politica che tende da sempre a fare i conti senza l'oste- propongono nei fatti più Stato, più spesa e, conseguentemente, più tasse. Ciò evitando di rilevare, o facendo finta di farlo, che il livello della spesa pubblica e della pressione fiscale reale è  tale che il sistema nel suo complesso già adesso mostra di non sopportarli. E se per avventura si volessero, anche in minima parte, adottare le dissennate ricette invocate dal leader di Sel e dal responsabile economico del Pd, l'Italia si avviterebbe ancor più velocemente nella stessa spirale in cui si sta dibattendo da tempo. Una spirale composta da recessione, aumento del debito e inevitabile salita dei tassi d'interesse. Ciononostante, pur di riuscire ad entrare nella stanza dei bottoni, il buon Bersani ha preferito legarsi all'usato insicuro di chi propone la catastrofe del collettivismo quale panacea di tutti i mali.  Francamente, al di là di ogni simpatia personale, non mi sembra una scelta particolarmente felice, soprattutto per uno dei Paesi più statalisti del globo.

 
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