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Ok lo spread è giusto

L'Analisi

Da quando il famigerato spread è diventato un tormentone, circolano una ridda di colossali sciocchezze sull'argomento. In particolare, molte persone si pongono nei confronti di questo elemento, il quale rappresenta semplicemente il differenziale tra il tasso dei nostri titoli pubblici e quelli tedeschi, allo stesso modo di chi usa la filosofia del prezzo giusto in merito ai beni e i servizi da acquistare sul libero mercato. L'idea sarebbe quella, al pari delle carote e delle zucchine, di stabilire a tavolino -secondo considerazioni personali- quale dovrebbe essere l'interesse corretto da corrispondere agli acquirenti dei nostri titoli del Tesoro. Ora, come per le citate zucchine e carote, si dà il caso che sia il mercato, ovvero il luogo in cui la domanda si incontra con l'offerta, a fissare il prezzo anche nei riguardi dei Bot e dei Btp. Tanto è vero che lo stesso spread non viene stabilito al momento della emissioni di nuovi titoli, bensì esso rappresenta il valore dei medesimi titoli scambiati sul mercato secondario tra soggetti che li hanno già acquistati da tempo. Ma ne consegue che  i vari governi dovranno tener conto di questo valore di mercato, onde non mandare deserte le relative aste, proponendo un valore di rischio troppo basso. Già, perchè è proprio la percezione del rischio Paese che determina in ultima analisi il prezzo di scambio dei titoli sovrani e non i deliranti complotti speculativi di alcune cancellerie europee. E dato che l'Italia è indebitata fino al collo e le sue prospettive di crescita sono molto scarse, è ovvio che chi acquista un pezzetto del nostro colossale debito tende a chiedere un interesse ben più alto rispetto ad una Germania che, tanto per dirne una, negli ultimi dieci anni ci ha staccato di 20 punti in quanto a tasso di produttività. D'altro canto, lo stesso ragionamento vale per le azioni delle aziende quotate in borsa. Se infatti, al pari del Paese di Pulcinella, una impresa ics dovesse chiudere tutti gli anni in passivo, aumentando in aggiunta il numero dei suoi dipendenti e strapagando gli allegri amministratori, mi sembra ovvio che il valore dei propri titoli ne risentirebbe grandemente, spingendo investitori e speculatori a posizionarsi su aziende ben più affidabili. Poichè, e qui concludo, dovremmo aver oramai compreso che senza la fiducia nessuno compra o compra a prezzi di saldo. E così come il mercante beduino vuole pagare solo dopo aver visto il cammello, allo stesso modo chi acquista i nostri titoli pubblici intende essere rassicurato sul fatto che un giorno qualcuno li rimborserà a scadenza.

 
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