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Crisi: Italia chiamata al rigore nei bilanci pubblici.. per non finire come la Sicilia

L'Analisi

Come ampiamente riportato dalla stampa nazionale, l'indebitamento consolidato della Sicilia supera la colossale cifra di 18 miliardi di euro, a cui se ne debbono aggiungere 7,3 messi a bilancio sotto forma di residui passivi (in sostanza cifre non spese che esistono solo sulla carta), oltre ad altri 5 miliardi di crediti vantati dalle imprese. Ergo, complessivamente ci troviamo di fronte ad una voragine di circa 30 miliardi di euro per una regione di 5 milioni di abitanti. Un buco enorme il quale, occorre ricordare, si aggiunge ai quasi due miliardi del debito pubblico attribuito allo Stato centrale. E ciò, se consideriamo la montagna di centri di spesa che esistono nel Paese -Regioni, Province, Comuni e molti altri enti ed aziende controllate dalla politica-, ci fa immaginare che l'indebitamento complessivo del sistema va oltre ogni immaginazione. Per questo motivo, osservando da molti anni l'andamento finanziario di un sistema affetto da una sorta di collettivismo strisciante, non mi sono per nulla stupito quando i mercati "cinici e bari" hanno portato il nostro differenziale sui titoli del Tesoro a superare i 550 punti rispetto alla  Germania. Di fronte ad un Paese in cui a crescere, a tutti i livelli amministrativi, sembrano solo i suddetti debiti, mi sembra quasi scontato che il mercato finanziario globale tenda a chiedere un tasso di rischio assai più alto rispetto di chi, per tempo, ha cominciato ad invertire la tendenza. Ma non è solo sul fronte assai visibile dei tassi d'interesse che si manifesta l'evidente crisi sistemica in atto. C'è un sintomo ancora più profondo ma meno appariscente che deve essere messo in diretta correlazione con lo sfascio debitorio di regime politico-burocratico che sta andando, come si dice a Roma, letteralmente per stracci. Esso si  manifesta in una drammatica mancanza di liquidità la quale, a partire dal sistema bancario, sta caratterizzando ogni ambito economico e finanziario della Penisola. Ed il motivo è molto semplice, quasi di una mortale banalità. Considerando, infatti, che buona parte dell'indebitamento pubblico, centrale e periferico che sia, viene coperto grazie alle banche, le quali consentono a molti enti pubblici di continuare ad alimentare la relativa spesa corrente, appare evidente che questo crescente pompaggio di risorse finanziarie al fine di sostenere una baracca pubblica sempre più traballante drena enormi risorse, altrimenti destinate al normale andamento di un moderno sistema di mercato. Tutto questo, inoltre, non lascia vie d'uscita in quanto, con l'ingresso nell'euro, non è più la Banca d'Italia a regolare la quantità di valuta circolante. Quindi, trovandoci agganciati ad un standar monetario sovranazionale, non vi è alternativa al rigore nei bilanci pubblici. Se ci si comporta come i passati amministratori siciliani, non potendo usare lo sciagurato strumento inflazionistico della stampa di banconote, il risultato è quello di inceppare in prima istanza il meccanismo economico, portando successivamente il sistema al default. Ed è esattamente quello che accadrà all'Italia se dovessero prevalere ancora una volta i fautori della catastrofica politica basata sul cosiddetto deficit spending. Fuori del rigore, che a mio avviso deve puntare essenzialmente alla riduzione di una spesa pubblica moralmente inaccettabile ed economicamente insostenibile, non possiamo che considerarci già falliti.

 

 
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