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La dilagante lotta per il posto di lavoro

L'Analisi

Con la crisi economica il tema della cosiddetta lotta per il posto di lavoro, tanto cara alla cultura collettivista, trova sempre più spazio sui nostri mezzi d'informazione. Non c'è notiziario radiotelevisivo che oramai non dedichi grande attenzione alle vicissitudini di okkupa una miniera, uno stabilimento o un capannone con l'idea di ottenere quasi per magia politica il mantenimento a vita del lavoro e dell'impiego fino a quel momento prestato o la stabilizzazione di un posto precario. Da questo punto di vista le recenti vicende sarde dei minatori della Carbonsulcis e degli operai dell'alluminio di Portovesme rappresentano solo la punta d'iceberg di un fenomeno che si sta diffondendo a macchia d'olio nell'intero territorio nazionale. 
 Ora, molto brevemente, occorre premettere che umanamente anche un liberista più acceso è portato a comprendere il disagio, l'ansia e le preoccupazioni di chi si trova nella prospettiva di un licenziamento imminente, sebbene quando la medesima sorte capita ad un piccolo imprenditore, il quale normalmente oltre alla sua attività perde anche un cospicuo investimento, costretto dalla crisi ad abbassare per sempre la classica saracinesca. Tuttavia, è nel contempo doveroso spiegare che l'idea stessa della lotta per il posto di lavoro, spesso è volentieri avulsa da qualunque considerazione legata alla produttività ed all'andamento della relativa azienda, è figlia di una economicamente e socialmente devastante cultura politica che propaganda da molti decenni l'idea che il lavoro, inteso come reddito garantito, sia non solo un diritto, ma sia anche qualcosa da raggiungere per decreto legge, con la stessa facilità con cui si schiaccia un bottone. E quando ciò non avviene -ed ovviamente è ragionevole che il più delle volte non avvenga quando i fondi dell'assistenzialismo a pioggia scarseggiano- c'è subito qualche sinistro demagogo che se la prende con il governo di turno, imputando ad esso l'incapacità di adempiere ad un compito tanto elementare. Così accade che vengano irresponsabilmente rinforzate le aspettative di tutti quei soggetti il quali, incuranti o ignari della situazione di mercato dell'impresa in cui operano, si organizzano per una lotta quanto più spettacolare possibile, confidando nel chiasso mediatico quale alleato nella battaglia finale. 

Ma nella sostanza della politica del consenso questo "giochino" dura già dai tempi sindacalmente "gloriosi" del salario come variabile indipentente per un semplice motivo: alla fine della fiera il sistema democratico fondato sul deficit spending riusciva sempre a far caricare sulle spalle della collettività il costo delle varie forme di sostegno alle tante aziende decotte grazie alla relativa dimensione del fenomeno ed alla tenuta, con alti e bassi, del nostro meccanismo creditizio nel suo complesso. Tuttavia, con l'attuale crisi del debito e, conseguentemente, con la sempre minore liquidità a disposizione del governo e delle banche, risulta sempre più difficile far pagare a qualcun altro il lusso di sostenere l'occupazione con metodi, per così dire, keynesiani. In pratica, si dimostra drammaticamente insostenibile seguire il consiglio di questo famoso economista, ossia far lavorare le persone anche al costo di impegnarle in attività totalmente inutili, perchè i soldi degli altri sono praticamente finiti, come giustamente ammoniva negli anni ottanta la signora Thatcher. Si spera che prima o poi lo capiscano anche i troppi arruffapopoli in  servizio attivo permanente.

 
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